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Sanmao, la scrittrice del deserto

“Quando ho visto il deserto per la prima volta, volevo disperatamente essere la prima esploratrice ad attraversare il Sahara.”

Questo è l’incipit di una raccolta di racconti sul e di viaggio sia immaginati che reali, che tutti i viaggiatori dovrebbero conoscere. “Storie del Sahara ” è la raccolta di opere di una donna cinese pubblicata con lo pseudonimo di Sanmao. Ispirata dalle avventure lette da bambina sul National Geographic, Sanmao lasciò una Cina culturalmente repressiva, quella degli anni ’60, per scoprire il mondo alla sua maniera. Il suo viaggio terreno l’ha portata a visitare oltre 55 paesi, imparando più lingue e scrivendo moltissimo, dando così la possibilità a milioni di cinesi che non potevano sperare di lasciare la patria, di osservare il mondo con suoi occhi.

Chen Ping alla nascita, Sanmao è nata nel 1943 nella vivace città di Chongqing. Suo padre era un avvocato benestante che trasferì la famiglia a Taiwan dopo che i comunisti salirono al potere nella Cina del dopoguerra. Vorace lettrice di libri cinesi e occidentali, iniziò presto a interrogarsi sul mondo, sulle sue diversità e a maturare il senso critico verso i legami culturali e sociali. Il tutto mentre cresceva in un mondo che faticava a mettere insieme i pezzi dopo la sanguinosa guerra mondiale e la successiva guerra civile che vide l’affermarsi definitivo del regime comunista. Fu nel 1949 che il padre decise di trasferirsi a Taiwan, insieme alle forze residue dell’opposizione repubblicana.

Sanmao frequentò brevemente l’università a Taiwan, non meno repressiva di quella del regime comunista, ma nel 1967 spiegò le ali per giungere in Europa. Studiò tedesco, trascorse del tempo negli Stati Uniti e a Madrid, in Spagna, imparando anche quella lingua e dove incontrò l’uomo che avrebbe sposato, Jose Quero.

All’inizio degli anni ’70 Sanmao ebbe finalmente la possibilità di incontrare il suo sogno, il Sahara. Si trasferì in Africa con Quero, in una città chiamata El Aaiún nel Sahara spagnolo, un’area coloniale con fazioni ostili di spagnoli, marocchini e nativi sahrawi. Fu lì che iniziò a scrivere e a far sognare i lettori della sua terra d’origine.

Sanmao scrisse regolarmente per lo United Daily News di Taiwan su tutto ciò che vedeva e viveva in un paese musulmano che reagiva con irritazione per i suoi ideali di femminismo e autonomia. Le capitò di distribuire medicine dalla sua scorta personale a donne che altrimenti non potevano vedere gli unici dottori in città perché si rifiutavano di curare le donne, di respingere molestie violente durante le visite turistiche nelle aree rurali. Nel frattempo imparò a guidare eludendo per mesi la polizia locale che cercò di arrestarla per guida illegale, ma alla fine riuscì ad ottenere la patente.

E dopo ogni avventura, una colonna sarebbe apparsa sul giornale taiwanese, firmata dalla misteriosa “Sanmao”. Letta da un pubblico oppresso e desideroso di evadere dalla quotidianità negli anni del Terrore Bianco, in cui migliaia di persone vennero arrestate e giustiziate come spie della Cina comunista, le sue parole iniziarono ad essere fonte di ispirazione.

Hongwei Lu, una studiosa dell’Asia orientale, ha osservato che “I racconti di viaggio di Sanmao sulle culture straniere e la sua esperienza di studio all’estero, hanno fornito alla Cina post-Mao un assaggio di multiculturalismo e hanno suggerito la possibilità non solo di una coscienza espansa del mondo, ma un approccio diverso al modo in cui le persone pensano al mondo stesso, alla possibilità di farne parte.”

Non ci volle molto perché i saggi di Sanmao fossero raccolti in un libro. Nel 1974, “Stories of the Sahara” venne pubblicato per la prima volta a Taiwan come una raccolta di 20 degli articoli più rilevanti di Sanmao. Il successo fu incredibile: la prima edizione vendette qualcosa come 15 milioni di copie, con innumerevoli copie pirata che riuscirono ad essere introdotte in Cina.

Che cos’è Diario del Sahara? Il frammento di vita più importante di questa donna eccezionale che raccontava la propria storia nel momento stesso in cui la viveva. In lei, letteratura e vita sono quasi la stessa cosa. Una voce da ascoltare ripercorrendo il suo cammino. Sanmao siamo tutti noi: una schiera di esseri perduti in cerca di qualcosa che non sappiamo mai che cos’è. O a volte, soltanto un po’.

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La sua voglia di viaggiare e il suo desiderio di libertà ebbero un effetto dirompente per la cultura cinese e taiwanese, per nulla abituata a donne indipendenti, in viaggio per il mondo, non solo in Europa ma anche nell’esotica Africa. Ha ispirato soprattutto le giovani donne, mostrando loro che oltre a sognare di viaggiare, si può farlo concretamente.

“Il suo stile di vita libero e la sua bontà d’animo hanno tenuto in vita il mio sogno, quando mi sono sentito perso”, dice un illustratore di 24 anni con sede a Shanghai, Echo Lee . “Fu Sanmao e il suo lavoro a darmi coraggio.”

“Spesso, mi chiedevo, che cos’è la distanza? Poi ho trovato la mia risposta, dicendo che la distanza è ciò che desideravo di più nella vita – ed è la libertà. Una libertà lontana, lontana, come l’aria. In quel momento, mi sono resa conto che mi ero lentamente liberata da tutte le cose di cui non avevo bisogno che mi stavano legando alla mia vita. Quindi ho realizzato: posso andare negli angoli più remoti della terra se è lì che il mio cuore vuole andare. Fu in quel momento che finalmente raggiunsi la mia libertà.”

Sanmao

La vita di Sanmao, sebbene apparentemente spensierata, non fu avara di sofferenze. Da studentessa in Germania, il suo fidanzato morì di infarto mentre nel 1979, suo marito Quero morì in un incidente di immersione dopo che la coppia si era trasferita alle Isole Canarie. Dopo la sua morte, Sanmao viaggiò ancora un po’, poi tornò nella sua nativa Taiwan per insegnare. Si suicidò nel 1991, all’età di soli 48 anni, forse sopraffatta dal dolore.

Weibo, un social network estremamente popolare in Cina, ha un account che pubblica testi dai libri di Sanmao ed ha oltre un milione di follower. Lo scorso anno, per quello che sarebbe stato il suo 76 ° compleanno, Google le ha reso omaggio con un “Doodle”.

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